Le svolte opposte delle vite di Martina e Michele, emerse con grande eco mediatico qualche giorno fa,  e subito fagocitate dal vorace consumo con cui la stampa alimenta  le proprie vendite, ora, che in tanti hanno espresso le loro riflessioni e sembra calato il silenzio, hanno trovato molto spazio nei miei pensieri. Devo dire che, mentre come madre e come donna ho seguito con una discreta attenzione la vicenda di Martina, assunta da una agenzia di comunicazioni a pochi giorni dal suo secondo parto, come madre e come donna non ho potuto – non mi reggeva il cuore – leggere la lettera cui Michele ha affidato il proprio addio alla vita perché stanco di esserne rifiutato o non ammesso nel mercato del lavoro. Beffarda coincidenza. Da una parte, in assoluta controtendenza  dell’occupazione femminile, un caso di successo. Martina in meno di 48 ore assurge ad emblema del “we can”; Michele, messo al tappeto per tanto – troppo! -  tempo dai sistematici silenzi che seguono alla frase finale dei colloqui di lavoro “le faremo sapere” si è definitivamente sottratto ad ogni altra occasione di dimostrare il proprio diritto alla realizzazione di sé…Mi chiedo se a nessun altro sia venuto in mente che la involontaria concomitanza della divulgazione della lettera di Michele con la notizia della singolare assunzione di Martina prossima  al parto, ha semplicemente “tradotto”quello che nell’immaginario collettivo è il luogo comune delle “due facce della stessa medaglia”, in cui metaforicamente la medaglia è la vita e le due facce , un “dritta” e il suo “rovescio”, il senso che vi si attribuisce.
Ma a mio avviso non è la vita di Martina a fare da contrappunto alla delusione profondissima di Michele, bensì un’altra tragica morte, ossia quella di Giulio Regeni.
Giulio aveva fatto delle scelte difficili, certo coerenti con gli obiettivi che la sua famiglia e i suoi studi gli avevano prospettato, ma sicuramente non a portata di mano. Giulio aveva tutte le buone carte in mano per giocare con la vita una partita da “vincente”, nella accezione che l’opinione pubblica attribuisce a questa parola. Era preparato, esperto, determinato, coraggioso, fiducioso nel prossimo, leale nei suoi rapporti personali e professionali. Possedere tutte queste meravigliose qualità lo ha potuto proteggere da quella che io , mutuandola da un grande filosofo, chiamo “l’immane potenza del negativo”?  Sappiamo che no,  che proprio la sua eccellenza intellettuale e umana lo ha esposto ad una fine crudele e tragica., che la sua realizzazione già posta in essere è rimasta abortita. Il suo merito era stato unanimemente riconosciuto, il suo posto al sole lo aveva trovato  ma la realizzazione dei suoi obiettivi alla fine non lo ha reso meno fragile di Michele che, con la sua disperazione,  doveva ancora trovare tutte queste soddisfazioni….Cosa intendo sostenere dicendo questo? Che le variabili infinite che nella vita ci fanno affrontare con approcci diversi e con comportamenti diversi le stesse difficoltà, le stesse asprezze, le stesse delusioni, gli stessi dolori (oppure le stesse opportunità ) appartengono ad una serie di combinazioni talmente imprevedibili che non ci sentiamo di giudicare ma che esistono e fanno la differenza . Così ,come possedere carte meravigliose non esenta dal rischio che tutto possa drammaticamente interrompersi  anche il  pensare che non esistano più carte con cui giocare o luoghi nel mondo dove provare a vincere almeno una partita è altrettanto triste. Queste a mio avviso,  le due facce della medaglia… in cui doti personali, impegno, volontà, fortuna si sono concentrate in dosi diverse portando nel caso di Giulio ad una morte “trovata” , nel caso di Michele ad una morte “cercata”..